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Il viaggio arriva a Trieste
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Penelope, l'ultimo capitolo dell'Ulisse
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Molly Bloom è stata pensata da Mario Morini, regista, con otto voci e altrettante interpretazioni di diverse attrici. Ognuna viene chiamata ad impersonare Molly, sul letto, mentre svolge dentro di lei una parte del suo pensiero. A prologo delle Molly, un Leopold Bloom in frack: cerimoniere, uomo galante, ma anche marito che sopravvive, e non felicemente, alla moglie.
L'idea è divisa in due serate per quattro attrici alla volta.

Ne emerge una polifonia al femminile che, partendo da un punto dato,la Molly Bloom di Joyce - che è in parte anche la moglie Nora - riesce a raccontare la condizione della donna, facendo ridere e riflettere.
Le pulsioni di Molly escono tutte senza freni, senza remore.
Non ha pubblico in verità, è sola e sta per addormentarsi, quindi non è destinata all'esterno la sua sinfonia, ma solo a se stessa. E' un flusso vero e proprio di pensieri in libertà e canzoni che sgravano Molly dalla senso di solitudine, dalla sensazione di abbandono in cui è lasciata, in una casa che più volte definisce "capannone". Milly, la figlia è partita per gli studi, il marito Leopold rientra solo tardi e non parla con lei o comunque non l'ascolta. Il figlio è morto troppo presto ed è solo un ricordo malinconico, un senso di colpa, una mancanza incolmabile da rimuovere.

Molly è stata una donna bella e affascinante e ora, che ha di fronte la giovane figlia, sente più urgente la necessità di piacere ed essere corteggiata, di essere coinvolta nel gioco sensuale dell'amore e della passione quando è nel suo sbocciare.
Riaffiorano forti i ricordi della giovinezza, dei primi approcci all'amore e si mescolano e confondono con il quotidiano, con l'adulterio e con sogni proibiti di cadere nelle braccia di un marinario, un'avventuriero o anche un assassino pur di provare ancora quel piacere di totale rapimento ed ebbrezza dell'atto sessuale furtivo.


La scelta di collocare lo spettacolo in un capannone è perfettamente calzante e la stessa Molly, nelle sue varie facce, evoca lo spazio, provocando la piacevole sensazione di essere ancora più vicini a lei.
D'altra parte, una gita notturna al Porto Vecchio di Trieste ha un fascino inesprimibile, è come un à rebours fisico attraverso una e le mille città del passato, che questa città fantasma, posta accanto alla città Trieste, ma da essa separata, ci trasporta nella storia di tutto quanto i grandi edifici storici hanno vissuto o avrebbero potuto vivere.
Un'ottima occasione dunque e un'ottima scelta registica che provoca un'altra eccelente e rara coincidenza fra spazio del testo e della scena, in modo del tutto naturale.


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(Nelle foto, momenti dello spettacolo)

Laura Santini

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