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L'inconscio al femminile: incontro con Dacia Maraini
  L'inconscio al femminile: incontro con Dacia Maraini

Vivian Lamarque racconta la sua analisi junghiana leggendo le sue poesie.
Dacia Maraini racconta di come i suoi personaggi le bussano alla porta e lei gli offre un té.
Alina Marazzi vorrebbe parlare del suo film "Un'ora sola ti vorrei" con chi l'ha visto. E' una storia privata che si fa pubblica.
Lella Ravasi Bellocchio batte il tempo degli interventi e li introduce.

Il rapporto di transfert all'origine delle poesie che la Lamarque legge sul palco, l'amore per il suo analista escono con una forte carica autoironica che, l'autrice stessa, "quasi risanata", sottolinea ricordando quando ricolmava di cibo, oggetti, giocattoli, lettere, poesie e sogni il suo dottore desiderando - ed essendone certa al 90% - che un giorno lui l'avrebbe sposata.

"Dopo il té, qualcuno dei miei personaggi", dice la Maraini, "chiede la cena, poi magari un letto per fermarsi a dormire e subito dopo la colazione ed è allora che quel personaggio si accampa in me e comincio a scrivere la sua storia." Ma bisogna essere umili avverte Maraini di fronte ai propri personaggi. E' un rapporto molto contraddittorio, resta un esempio emblematico Pinocchio che appena creato, appena ha i piedi, da un calcio al suo autore Geppetto e poi avanti così per molta parte della storia."
Dal processo creativo Maraini si sposta ad un'osservazione critica, da lettrice, che la dice lunga sull'immaginario femminile nella letteratura contemporanea. Apparentemente libera nell'uso del linguaggio, emancipata ormai storicamente, tuttavia nessuna scrittrice donna affronta l'argomento sessualità con efficacia e disinibizione, neanche le francesi che si dimostrano, a detta della Maraini, le più audaci e preparate, superano il tabù. Una difficoltà ad esprimere liberamente e felicemente la sessualità creando un nuovo immaginario femminile caratterizza tutti i romanzi che inesorabilmente cadono nello stereotipo, sul masochismo. Il piacere del dolore parla di un involuzione e fa rimpiagere alla Maraini l'abilità di Jane Austen la sua leggerezza nel narrare grandi passioni fermandosi strategicamente appena prima si compia l'atto sessuale.

Il film di Alina è, in estrema sintesi, un percorso di autoanalisi. Per anni Alina ha desiderato confrontarsi e passare del tempo con quei materiali, poi sono confluiti nel montaggio del suo film quasi per caso. Filmati di famiglia del nonno, ritrovati in una soffita, lettere e diari della mamma, tirati fuori da bauli della casa dell'altra nonna: tutto è stato per lei un'esperienza di fruizione personale, un confrontarsi e riconoscersi con la propria famiglia "anche un po' ingombrante", confessa. Alina, a mano a mano che lavora e studia film e scritti scopre la somiglianza nel volto di una donna, sua madre, che ha a mala pena conosciuto e "alla quale non pensavo di somigliare tanto". Si stupisce Alina che, dopo due anni, ancora in molti le scrivono. Sì, si stupisce che il film sia piaciuto tanto. Nonostante i certi ingredienti accattivanti della drammatica vicenda (la madre morì suicida a 33 anni, dopo anni di andirivieni in case di cura), che lei stessa elenca, "credo che, alla fine, quello che catura lo spettatore sia questa mia presenza continua e il mio percorso di ricerca, la messa in scena di un giallo la cui risoluzione è il mio incontro con mia madre."


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(Nelle foto, in alto, Gruppo al Teatro Verdi, al centro, Dacia Maraini, in basso, Vivian Lamarque)

Laura Santini

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