"Negli anni '70 mi accorsi di molti artisti tra scultori e pittori del tutto dimenticati" racconta Vittorio Sgarbi
ripercorrendo a tratti la sua formazione, incentra la sua lectio magistralis sul ricordo di chi, come Arturo Nathan
e molti altri artisti contemporanei (Vittorio Bolaffio, Carlo Sbisà, Piero Guccione, Gianfranco Ferroni, Antonio Longhi)
sono passati in questo secolo e subito sono stati dimenticati, ma senza una ragione vera.
"Molti hanno avuto la cattiva idea di sparire in un momento poco opportuno," continua Sgarbi: "Meglio morire di lunedì, in
tempo di pace e magari in una situazione generale tranquilla, così che l'attenzione possa essere dedicata alla figura
che scompare e non essere distratta da altri eventi."
Nathan, morto in campo di concentramento, suscitò parole toccanti da parte di una delle figure più contraddittorie,
ironiche e dissacratorie del panorama artistico del novecento, Giorgio De Chirico. Il pittore scrive di Nathan:
"Era uomo intelligente, mite, giusto e buono ed è stato assassinato dai nazisti" proseguendone un ritratto, costruito su
parole toccanti ed emotivamente cariche. Il rapporto di stima che emerge da questa testimonianza diventa
nel tempo una delle rare tracce lasciate, oltre alle opere, di un artista altrimenti completamente caduto nell'oblio.
L'escursus di Sgarbi, all'interno della vicenda biografica e delle opere di Nathan, si interseca con un discorso che
vuole essere di riflessione su quale debba essere l'occhio del critico; su uno sguardo che dovrebbe porsi al di là delle
mode e delle tendenze e proporre chi è contemporaneo senza preconcetti.
"Io immagino l'arte come una casa che abbia diverse stanze, mentre c'è chi ci ha fatto credere che ne
abbia una unica. Quella delladiscarica degli escrementi."
L'altra pecca del discorso critico contemporaneo sull'arte, messa in evidenza da Sgarbi, sta in un'eccessiva
attenzione alle nuove tecnologie, che conduce "nell'equivoco della deizzazione delle tecnologie stesse, che dovrebbero
invece essere usate come strumento ulteriore e creare ciò che l'arte pittorica o scultorea non può generare."
Le vittime del dimenticatoio sono anche coloro che, "agendo in quelle aree d'Italia a cui non è toccato per sorte di
ospitare o avere accesso ai cenacoli dell'arte, sono rimaste, insieme ai loro artisti, ai margini del discorso e
dell'attenzione critica".
Nathan, secondo Sgarbi - che ha proposto una sua mostra ad Aosta - "è artista europeo. La dimensione offerta dai suoi
quadri è universale e assoluta. Trieste entra nei dipinti di Nathan, ma diventa condizione umana, al pari della Recanati
di Leopardi. Sono opere che ci riguardano, anche se il loro punto di partenza ci è estraneo."
In un parallello con De Chirico - che incontrò Nathan personalmente in due occasioni nel 1925 a Roma e nel '30 a Milano -
Sgarbi sottolinea le differenze dentro la somiglianza che, a prima vista, si instaura tra le opere dei due pittori:
"Se De Chirico ridà vita al mito, Nathan tratta la realtà come una cosa conclusa, morta e i reperti archeologici come meri
serbatoi di memoria. Il mare romantico di Nathan si contrappone all'Egeo e al Mediterraneo di De Chirico. Quello di Nathan
è un mare inquietante, distante; un mare del nord, freddo. Il suo paesaggio è più simile a quelli di Friedrich e di Turner.
C'è sempre un vulcano, che si contrappone all'acqua: si tratta dell'anima. E' ciò che reagisce alla natura. In De Chirico
l'archeologia è una verità apparente, in Nathan è ciò che resta dopo che il mondo è finito."
Svevo fa capolino più volte nel discorso di Sgarbi, che lo cita un'ultima volta dicendo: "Nathan nelle sue opere fa un test
pittorico da paziente sotto analisi, proprio come lo Zeno di Svevo fa un test letterario, ricostruendo le sue nevrosi."
In chiusura Sgarbi, che svolto il suo discorso, attraverso una matassa di suggestioni, mescolando esperienza personale e
punto di vista da esperto d'arte, racconta un anedotto che lega a doppio nodo la sua riflessione ad un caso di omonimia e
di nuovo ad un'esperienza di vita individuale.
"Preparando questo incontro volevo partire dall'arrivo a Trieste di Winkelmann, il fondatore della storia dell'arte moderna.
Mi ero anche prefisso di trasmettere uno dei concetti fondamentali della lezione appassionata
di Francesco Archengeli, di cui sono stato allievo, che ricordo per il fortissimo entusiasmo nella lettura delle opere d'arte
e mi insegnò a guardare l'arte con tutta la libertà possibile. Ritornando a Winkelmann, si fermò a Trieste una settimana e
dopo sette giorni di passione, che condivise con un cameriere incontrato sul posto, vi trovò la morte. Quell'uomo che lo
uccise si chiamava anch'egli Francesco Archengeli. La strana coincidenza del destino colloca sotto lo stesso nome due
energie contrapposte: da un lato chi ha dato energia e vitalità al mondo dell'arte e di concepirla; dall'altro chi l'ha
tolta impedendo a Winkelmann di proseguire i suoi studi."
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(Nelle foto, Vittorio Sgarbi)
Laura Santini
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