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Dal nostro inviato Laura Santini

Luigi lo Cascio
Luigi Lo Cascio ci parla della sua poesia, del suo modo di leggere i poeti, del suo Mario Luzi. L'attore si confessa poeta e scrittore.

Sei entrato anche tu nel Viaggio Telecom. Come ti senti in questa tappa tra spiritualità e poesia, visto che come attore frequenti quotidianamente le parole dei grandi autori?
Dico una cosa che non ho mai detto, di cui mi sono sempre vergognato, oggi però che siamo nella città della poesia, chiunque può dire di suo ciò che sente. Lo dico: "anch'io scrivo". La mia scrittura viaggia tra me e il tavolino quando la rileggo. Mi piace molto la poesia. E' frutto di un discorso teatrale. Nasce dal fatto che quando si leggono per esempio in Accademia per studiarli Alfieri, Leopardi, Tasso inevitabilmente entra dentro in maniera quasi nativa l'endecasillabo, ma anche il settenario. Anche nella prosa di tutti i giorni per incanto c'è dentro inciso un endecasillabo o un settenario. In quella misura sembra più facile pensare, a noi suona che un pensiero si compie. Tutti potremmo lasciarci prendere più che dai contenuti, dal ritmo, lasciarci impossessare dal verso. All'inizio per quel che mi riguarda è un discorso musicale. La poesia mi piace come attore, ma anche come spettatore. Luzi mi è capitato di leggerlo stasera e ne sono stato molto orgoglioso, ma il fatto di leggere poesia per me non è un discorso attoriale, è piuttosto un aprirsi agli altri nella parte più intima. Leggere una poesia in pubblico significa mettersi a nudo. Carmelo Bene aveva un modo di disdire i versi, al contrario a me più semplicemente basta avvicinarmici. Luzi è un poeta che si adatta molto anche alle prime letture, parte dal concetto dell'interrogazione, dal dubbio, per cui mi sono avvicinato alle sue pagine per andare a decifrare, come fa lui con il mondo, la parola, coglierla come evento e nome come fatto già compiuto.

Durante la lettura hai fatto una pausa per raccontare il tuo legame con Mario Luzi, puoi ricordarlo?
Sono legato a lui per tre motivi. Uno è legato al mio debutto. Prima di fare l'accademia, quando ancora studiavo medicina, facevo un po' di cabaret con alcuni amici, perditempo, fannulloni. Poi ho deciso di fare due spettacoli, uno era Aspettando Godot e l'altro era su alcuni brani di Santa Rosalia di Mario Luzi. La seconda è perché mi sono diplomato all'Accademia con Orazio Costa che lo conosceva molto bene. Ci parlava molto di questo poeta e spesso lo leggevamo, proprio per il piacere di leggerlo. L'altro motivo un po' più semplice e personale è che quando mi si chiede la data di nascita dico: "Sono nato il 20 ottobre come mario Luzi", ma anche come Rimbaud e Mara Venier, credo che siamo un buon poker.

Questo Viaggio va alla scoperta del patrimonio e della cultura del nostro paese passando per alcune città significative. Credi che questo viaggio di scoperta sia un'utopia o abbia invece una forza nella nostra attualità? Ne La Barca di Luzi, c'è la necessità di vedere come possa rinascere il dire poetico, e come attraverso la poesia possa rinascere anche il linguaggio. Il discorso è incentrato sulla lingua nel quotidiano, su come viene soggiogata, com'è in mano del potere, come viene svilita e trattata in maniera volgare. Anzi c'è un'insurrezione da parte del poeta. Quindi, dico che siccome questo è un periodo particolarmente segnato dalla volgarità, credo che l'idea della città della poesia è molto interessante e non va continuato in maniera episodica, ma in maniera tale da creare un contagio dalla città alla regione e magari oltre.

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