| La fascinosa sala dei Notari (Palazzo dei Priori), un luogo dal sapore antico, per i suoi affreschi (fine 1200) con
cicli allegorici, biblici, di favole, di storie dal Vecchio e dal Nuovo Testamento e con gli stemmi dei podestà,
ha ospitato con perfetta coincidenza Philippe Daverio e il suo pittoresco percorso tra arte, sociologia, storia,
etica ed estetica.
Con l'ecletticità che sempre contraddistingue i suoi interventi, Daverio ha proposto
un percorso nell'umbricità. Partendo dalle origini etrusche, passando per San Francesco e il Perugino,
Daverio rintraccia proprio a Perugia una sorta di piccola mesopotamia, culla di un'estetica
dell'equilibrio perfetto. Nell'escursus partito dagli etruschi, Daverio passa attraverso una scultura del II° secolo
(conservata al Museo Archeologico locale) del "Caio di turno" - lo definisce lui - "in cui per la prima volta l'artista
firma la sua opera e ci incide sopra che se l'è inventata". Questa idea della finzione sta al centro di tutto il discorso,
perché rappresenta una novità assoluta rispetto al concetto greco di arte. La poiesis in greco non corrisponde
alla poesia come la intendiamo noi oggi. E' piuttosto la capacità di plasmare, di mettere insieme fisicamente, comporre
l'esistente
Daverio è arrivato a suggerire una competizione più sana e non puramente economica. Sono 8 mesi che giro per l'italia per abolire la parola patrimonio culturale. L'idea stessa va rivista perché
lega l'arte ad un'idea ragionieristica del conto capitale ed è usata, in questo senso, come la parte attiva che
serve per chiudere le perdite, per una naturale logica di partita doppia.
Per questo il patrimonio culturale non può che essere destinato, come accade oggi, ad essere venduto.
Daverio suggerisce di sostituire il termine patrimonio con "eredità".
L'eredità culturale è un concetto opposto perché
non include solo beni immobili e quindi alienabili, ma anche elementi astratti come poesia e spiritualità, i primi
che dovrebbero essere valutati per costruire una prospettiva sul domani.
Ai perugini consiglia quindi di portarsi appresso
questa idea di "mesopotamos" e quella degli "equilibri perfetti" per fare il passo successivo nella storia.
L'appello di chiusura è in nome di quella creatività rintracciata già nel II° secolo e che, succesivamente,
ha contraddistinto gli artisti di questa terra: combinando il materiale con lo spirituale in un equilibrio
perfetto è possibile trovare la chiave, non per trasformarsi tutti in francescani, ma per immaginare un'esistenza
creativa del domani e quindi competitiva
non solo sul piano dei valori economico-patrimoniali. |