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Vittorio SgarbiNel suo solito stile di conversazione a volo, Sgarbi a Ferrara, è uno Sgarbi a casa. Si sposta di ramo in ramo, lungo la sterminata pianura delle sue conoscenze e senza mai perdere il filo del discorso, ma costringendo il pubblico ad un accumulo di divagazioni, aneddoti e storie di vita personale, anche molto divertenti, che di gran lunga superano l’estro del caro Manzoni, e rimandano il soggetto di prato in prato, in una nebbia fitta di nomi illustri e dimenticati che a turno sembrano essere il centro del suo discorso.
Sgarbi, comunque, al fin ci conduce all’obiettivo iniziale: la rivalutazione del pittore Adelchi Riccardo Mantovani e una visione su schermo delle sue opere. Suo concittadino di 10 anni più grande, figlio della bidella della scuola di Rho, nato nel ’42, emigrato in Germania per lavoro, e divenuto quindi artista, misconosciuto in Italia, ma amato e omaggiato a Berlino: egli è l’ultimo surrealista padano. Nella città tedesca un ristretto, ma autorevole cenacolo lo ammirava da tempo e seguiva il suo lavoro, quando Sgarbi si affacciò sulla scena e decise di proporre una mostra, per altro subito ben accolta dalla città, sfociata in un catologo Electa: era il 1989.
Ma A. R. Mantovani è solo il gran finale della serale chiacchierata.

Vittorio SgarbiPer Sgarbi l’occasione è sempre propizia per fare una riflessione sullo stato dell’arte contemporanea e sparare a zero su una massa di colleghi incolti e stupidi, come li definisce lui, ma anche su altre numerose autorevoli voci che regolano il mondo e il mercato dell’arte. Secondo l’irriverente critico, l’arte contemporanea è una bolla di sapone sospinta da fattori modaioli, pubblicitari e quantitativi più che qualitativi. Il fatto che un pittore sappia dipingere è del tutto trascurabile e ormai desueto, e quindi addirittura evento straordinario. Sgarbi ricorda che nell’80 quando lui propose Balthus a Venezia, era quasi impossibile trovare uno spazio e solo dopo ci si incominciò ad accorgere che forse anche la pittura poteva essere oggetto di mostre d’arte contemporanea. Ormai, lamenta Sgarbi, tutte le Biennali sono piene di fotografie, perché uno che vuol fare un quadro fa una foto, mentre scegliere di dipingere è un gesto incompreso o meglio non previsto.
Due tipologie di arte si evidenziano nella scena attuale secondo Sgarbi: l’arte applicata e l’arte implicata, quella che dice in sé e quella di cui dicono gli altri e si manifesta in quantità, con riproduzioni litografiche, l’arte alla Andy Warhol, per intendersi. Quindi l’opera di successo, oggi, finisce per essere soltanto quella che sa far parlare di sè: “quante sono in sé restano illeggibili, perché non lette. Questo stabilisce un fatto straordinario: che il valore dell’autore è direttamente proporzionale alle persone che lo conoscono”. Quindi uno di cui non si sa niente, che non costruisce la sua figura come personaggio, anche se è un grande artista, resta uno sconosciuto ed eventualmente si impone solo per la sua opera e, se non raddoppia la sua produzione con la litografia come Guttuso e Schifani, non circola, quindi non esiste.

Tornando ad A. R. Mantovani, Sgarbi ricorda come l’operaio emigrato si mise a studiare in modo autonomo il mestiere degli antichi pittori e raggiunse il livello dei maestri dell’oggettività tedesca degli anni ’30 di quel secolo. Nell’85 in seguito ad un articolo di Sgarbi sull’Europeo, corredato di alcune immagini della Medusa di Mantovani, un mecenate si mise al fianco dell’artista. Era Ignazio Bagnasco, ricco finanziere e occhio veloce per la pittura antica, che a quel punto prenotò tutta la vita artistica di Mantovani, all’epoca impegnato in una produzione di 2/3 quadri all’anno. Bagnasco riuscì ad accaparrarsi circa 40 lavori, poi prematuramente morì.
Forte di una fama solitaria senza rapporto con le mode, Mantovani è quel genere di artista che dice in sé, pittore di altissima definizione, di grande immaginazione, i suoi dipinti spaziano da un tema all’altro con una prolificità piuttosto eccezionale: allegorie, memorie antiche di una Ferrara inventata, la campagna padana, il mondo della scuola e del collegio e le nature morte sono solo alcuni dei suoi soggetti.

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(Nelle foto, Vittorio Sgarbi)

Laura Santini

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