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  Le parole in gioco per svelare Ferrara e il suo mistero

Emanuele SeverinoDopo Bartezzaghi, il filosofo Emanuele Severino ci conduce in un gioco aulico con e sulle parole. Attraverso la glottologia e l’etimologia, il filosofo ci sveglia dal torpore sull’uso quotidiano del linguaggio e ci riconduce ai significati antichi di alcune parole da lui scelte per guardare da vicino Ferrara e il suo Mistero, ma anche l’umano nella sua folle essenza.

Analizzando i termini “palazzo” e “schifanoia”, Severino giunge a definire e illustrarci il concetto che sta dietro la parola greca Thauma: luogo di terribile meraviglia; origine, individuata da Platone e riconosciuta da Aristotele, della filosofia.

Il gioco di nuovi significati, seppure antichi, in cui Severino ci conduce parla dello spavento dell’uomo di fronte a grandi avvenimenti e ostacoli che un tempo si dicevano “noia”, che non è la non-gioia o la condizione leggera e tutta contemporanea, con cui si definisce una seccatura, ma in condizioni del tutto positive. In Petrarca la “noia” sono gli orsi e i serpenti, in Dante è la temibile “selva oscura”, nel proemio del Decameron è addirittura “la peste”. Quindi l’espressione “Palazzo Schifanoia” che, di solito e per brevità, identifica il palazzo delle feste fatto erigere dagli Estensi, in verità se riportato, in quanto espressione linguistica, nella sua epoca va ricondotto ai terribili tempi di paura e minacce che vivevano i governanti, alla necessità di allontanarsi quindi dalla città e ritirarsi in un luogo che desse protezione, agio e certo facesse scordare le angosce attraverso l’arte, il mito, la festa.

Emanuele SeverinoIl termine “palazzo” è infatti riconducibile alla parola “palato” che, i classici Ennio e Varrone, spiegavano come “volta del cielo che avvolge e protegge il mondo”, da cui “cavità orale” come protezione della lingua (in senso letterale e metaforico), quindi per estensione della parola. L’allusione è ad un luogo di dominazione protettiva, luogo centrale da cui si irradia potenza. Per parte sua l’espressione “schifanoia”, che oggi genera in noi un certo senso del comico e del burlesco, se ricondotta al significato in uso nel tempo della parola “noia”, in quanto grave pericolo, e se associato al termine “schifar”, che deriva da “schivo” e porta il senso di “evitare” e, ancora, se risaliamo una volta di più indietro al corrispettivo latino “excaveo”, “guardarsi da”, si recupera per intero il tono originale che è tragico, allarmato, non comico.

Questa dimostrazione articolata, porta a dire che “il linguaggio”, sottolinea Severino, “ parla più profondamente di quello che l’uomo con la lingua sa dire, riconduce ad una sapienza originaria più profonda e dunque a Thauma”. Come lo conosciamo noi, l’uomo è colui che cerca di ripararsi, schivando il pericolo che gli produce Thauma. Il riparo è la ricerca ad innalzarsi verso il palato del cielo. Questa è la comune storia di tutti i mortali.
Ma cosa fa paura all’uomo? Non il dolore, piuttosto l’imprevedibilità del dolore, è questo che ci angoscia. La sapienza porta nello stato opposto a quello che produce Thauma. Per questo non è strano che Aristotele dica che la filosofia produce gioia. “La follia dei mortali”, sostiene Severino, “sta nella loro fede verso la realizzabilità di divenire altro. Questo è il non-mito per eccelenza”.
La parola “bios”, vita, in greco è imparentata con la parola “bia”, che vuol dire violenza. Per esercitare violenza occorre credere che la realtà sia un divenire. Esiste uno sbranamento originario delle cose, un continuo parlar di genesi e annientamento nel linguaggio dei mortali.
Eppure questa eterna tensione a diventare altro implica un uscire da se stessi e quindi dolore: un dolore dell’uscire in quanto non incorporante l’altro; poi un dolore per aver lasciato se stessi e quindi uno provato nell’atto di incorporare l’altro. Là, nel risultato di diventare altro, diventare polvere (già i greci lo auspicavano prima dei cristiani), c’è l’uomo che è polvere, c’è già l’uomo non-uomo. L’uomo-che-è-polvere è il risultato della follia della fede nel divenire, che è follia estrema. L’unico non-mito accettabile, recuperando Spinoza, sta nel non-divenire altro da se, che per i mortali è essenziale non-verità.

“Possiamo quindi definire il mito di diventare altro il supermito”, conclude Severino e aggiunge: “che è la radice originaria del Thauma, responsabile dell’intera storia del mortale. L’autentico non-mito va ricercato non altrove da noi stessi. Infatti se il cammino verso la porta della verità è un cammino nella non-verità, è impossibile che esso sia fondante della verità. Se così pensiamo cadiamo nello scetticismo ingenuo, perché per questa via mai si può raggiungere la verità. I greci pensavano che per diventare polvere l’uomo deve annientarsi come uomo. La follia è raddoppiata, perché oltre alla follia dell’uomo che diventa non-uomo, c’è la follia di diventare ciò che è assolutamente altro, cioè il nulla.”

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(Nelle foto, Emanuele Severino)


Laura Santini

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