O demone, mio demone – Le ombre delle idee a Palazzo Schifanoia
testo di Paolo Puppa da un’idea di Flavio Ambrosini
interpreti Glen Blackhall (Arciere), Stefano Braschi (Doctor W), Claudio Lobbia (Decano dell’Ariete), Marco Maccieri (Uomo con la chiave), Giorgio Nocerino (Uomo con la tromba), Ginevra Notarbartolo (Donna - Auriga)
costumi Artemio Cabassi
impianto scenico Marco Bellomo
regia Flavio Ambrosini
A Ferrara c’è un palazzo che si chiama Schifanoia.
Senza tante cerimonie il nome indica un luogo nato per il divertimento, uno spazio tra il verde, all’epoca in posizione periferica, creato letteralmente per “schifar la noia”, per ordine del marchese Alberto V d'Este alla fine del XIV secolo. Detto, come tutte queste residenze, la "delizia" del signore, lo Schifanoia è vera delizia negli affreschi che adornano il Salone principale, con il ciclo dei Mesi, alta testimonianza della cultura astrologica umanistica, firmata dai pittori dell’officina ferrarese, fra cui Francesco del Cossa,.
Tra una conferenza e l’altra, tra i pensieri filosofici proposti da Remo Bodei e le riflessioni sull’arte di Vittorio Sgarbi, il palazzo è teatro dello spettacolo O demone, mio demone – Le ombre delle idee a Palazzo Schifanoia. Uno spettacolo-guida agli affreschi. Una lezione accademica maniacale per dettagli, citazioni, puntualizzazioni e invenzioni critiche perpetrata da Herr Professor , Dottor W interpretato da Stefano Braschi.
Il personaggio in preda ad un delirio di appropriazione dell’affresco fitto di dettagli, ostico alla luce e recuperato solo in parte dallo strato di calce che lo ricoprì nel Seicento, svolge la sua lezione magistrale tra sogno e incubo incalzato dai decani, rappresentati sui muri, che si presentano tra il pubblico e a lui in carne ed ossa, vestiti di quegli stessi abiti che li rivestono negli affreschi, precisi nei minimi dettagli (mirabile il lavoro di recupero delle forme e colori da parte di Artemio Cabassi) e per questo ancor più terribilmente presenti. Queste allegorie viventi, come veri dei, si fanno beffa dell’umano, della malattia mentale del professore, ne scherniscono la pedanteria, si disgustano della sua maniacale necessità di definizione e aggiungono altri strati di significato possibile al ciclo dei mesi, all’astrologia e in generale all’interpretazione del mito e del secolo in cui gli affreschi furono prodotti confutando o sminuendo le sue teorie.
Ma a partire dalla seconda metà dello spettacolo, l’uomo con la tromba, interpretato da Giorgio Nocerino, comincia a narrare la biografia del professore, anche chiamato Abi o Abraham: “amburghese di nascita, ebreo di sangue e fiorentino d’adozione… sposato in chiesa nel 1889… terrorizzato dal buio, dalla figura del serpente e dalla vasca”, spettro di terapia psichica violenta. Ne emerge un ritratto spietato, di uomo ossessivo e disturbato che arrivò a puntare la pistola alla tempia della figlia Olga, per timore del diluvio universale. Costruito su testo di Paolo Puppa, ordinario di storia del teatro alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere a Venezia, ma anche autore drammatico, critico e saggista lo spettacolo tocca vari momenti storici nel confronto fra Herr Professor e i decani, fra il professore e il mito, la storia del palazzo, e soprattutto la storia del calendario e dall’astronomia nelle varie civiltà. Questo genera un continuo dialogo tra oriente e occidente, con un andirivieni di figure mitiche e dei che trasfigurati nell’una o nell’altra cultura costruiscono un panorama complesso, quasi inestricabile, dell’oroscopo, delle allegorie, della cultura popolare dei segni dello zodiaco, del modo di intendere il mito e la sacralità. Ne esce un interessante affresco vivente, una natura morta che prende vita sotto i nostri occhi e si racconta e viene raccontata in un affastellamento di possibili significati, segni leggibili e illeggibili, storie e invenzioni di vita e di credenze.
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(Nelle foto, scene dello spettacolo)
Laura Santini
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