La filosofia indaga l’ovvio: lo propone Remo Bodei, docente di storia della filosofia a Pisa e organizzatore del festival di Modena, nel secondo appuntamento con le riflessioni filosofiche a Ferrara, alla ricerca di quel mondo nascosto che sta tra metafisica ed essere.
La quotidianità afferma Bodei è fatta di azioni ripetute e su cui non si riflette. Siamo immersi in affetti, obblighi e progetti. Guidati dalla nostra routine ci sentiamo protetti dagli imprevisti. Cerchiamo di immunizzarci di fronte ai problemi, recuperando ad ogni ostacolo la nostra dimensione di vita banale. Non è una critica quella di Bodei è semplicemente una constatazione di fatto, un’analisi oggettiva per arrivare a dire che comunque in questo fluire monotono e, forse, monocromo, arrivano momenti di stupore e la meraviglia di esistere si palesa: sono momenti di disperazione, gioia, momenti in cui siamo più a contatto con noi stessi. Perché la vera difficoltà del quotidiano e dell’umano è incontrare il proprio sé. Perché ciò che è vicino e ovvio ci sembra aproblematico.
Eppure l’ovvietà di esistere nel momento in cui si palesa, cioè quando ciò che è familiare diventa estraneo, ecco quel momento è folgorante. Un velo cade e appare qualcosa di grande e misterioso, invece del nulla. Ma questi momenti hanno allo stesso tempo una caratteristica attrattiva e una repulsiva. L’attrazione giace nella sensazione di incontrare un nucleo profondo di noi stessi, e tuttavia ciò ci spaventa, quindi preferiamo tornare sui nostri passi alla svelta e allontanarci rientrando nel nostro tran tran.
Per Bodei l’essere umano è ospite della vita più che attore, viviamo in maniera automatica e la vita è qualcosa, che ci contiene più che appartenerci e non solo a livello corporeo, ma anche rispetto alla mente: nel sogno qualcuno in noi pensa, sogna, una regia determina quello che accade e lo mette in scena. Certo è pur vero, che nel diurno la nostra coscienza getta luce sulle cose, ma dentro di noi siamo opachi. “Freud”, dice Bodei: “sosteneva che siamo servitori di tre padroni: l’esterno, l’inconscio e il super Io. Quindi siamo limitati.” Tuttavia l’uomo tende all’assoluto, ciò che è sciolto da ogni condizionamento: la felicità eterna, l’immortalità, il sapere assoluto. Siamo anche l’unico animale, ricorda Bodei, che va oltre il tangibile e ha il senso del futuro. Ecco dunque spuntare la metafisica con i suoi temi tradizionali: tempo, morte, eternità, Dio. Ma che cos’è, si domanda Bodei insieme al pubblico, la metafisica?
Qualcuno fa risalire il termine ad un origine bibliotecaria, qualcuno la intende come scienza dell’essere, dal ‘600 poi si trasforma e diventa ontologia,poi teologia, un’indagine sui principi primi che muovono l’universo, poi ancora cosmologia e quindi psicologia. Ma per capire la metafisica, suggerisce Bodei, dobbiamo rivolgerci alle esperienze comuni e condivise, tornare a quel banale della quotidianità, per svelarlo. Per esempio osservare il semplice fenomeno dell’emergere delle cose dall’oscurità. L’esperienza di un mondo che vediamo sorgere è esemplificata in un poemetto dell’antichità attribuito a Virgilio il Moretum, dove appunto si narra di un contadino che alla luce dell’alba cerca la lampada, ravviva il tizzone sotto la cenere e da lì il mondo riprende ordine. Le cose escono dal buio e riprendono il loro posto.
Ecco cosa, secondo Bodei, è importante: riscoprire la dimensione metafisica nel senso della pluralità dei sensi delle cose; far emergere il nostro essere dall’appiattimento del quotidiano e meravigliarsi di fronte alla scoperta che l’essere si dice in molti modi, si esprime e palesa in molti volti umani. Una metafisica quindi intesa non come valigia con un doppio fondo. Perché non c’è un altro mondo, semplicemente tanti modi di vedere il mondo. Ed è l’arte che ci può aiutare ad affrontare quel misterioso che è essenzialmente eccedenza di senso non svelato. Per concludere Bodei rivolge un augurio: restiamo nel problema della metafisica, manteniamo il senso del mistero come pluralità di senso e di sensi che ancora dobbiamo scoprire. Perché come diceva già Aristotele non c’è un unico modo di dire essere e non è vero che, accettando altre posizioni, ci indeboliamo, più semplicemente entriamo nel campo delle idee e usciamo quindi dall’ovvietà in cui viviamo incontrando la meraviglia.
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(Nelle foto, Remo Bodei)
Laura Santini
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