Domenica 23 maggio 2004
Maurizio Scaparro è uomo generoso nel dialogo. Si conversa volentieri con chi ha nello sguardo la disponibilità.
Coglie le domande nel loro senso largo e si intrattiene senza fretta sugli argomenti proposti, questo è Maurizio Scaparro,
il regista teatrale che oggi a Cosenza proporrà un incontro sui temi filosofici di eresia e utopia. Lo abbiamo
incontrato proprio al teatro. Nel silenzio di un momento di pausa delle varie conferenze il non luogo in attesa
di trasformarsi nei tanti spazi dell'arte scenica è stato scenario perfetto alla conversazione.
Utopia e eresia due concetti filosofici che hanno una forte valenza anche per la storia
drammaturgica e teatrale, quale?
Vorrei ricordare che il teatro è strettamente legato all'utopia,
è già utopia in se stesso: lo spazio scenico è illusione, le parole che noi diciamo sono un misto tra la finzione e
la realtà. Il teatro è proprio il viaggio verso un sogno che si chiama anche utopia.
Diceva Foucault che la verità in teatro è
l'illusione, cosa che è, in senso stretto, la follia. Altro termine caro agli utopisti.
Nell'intervento parlerò di alcuni utopisti
legati al teatro e di alcuni miei spettacoli: Amleto, Memorie di Adriano, Cyrano de Bergerac e infine
Don Chisciotte, che è un campione dell'utopia, anzi dell'utopia carnevalesca. Per me è il massimo esempio dell'utopia che
molti tentano invano di sconfiggere. Molti storcono il naso di fronte alla parola utopia e vorrebbero che non esistesse
insieme alle ideologie. Invece io trovo che utopie e ideologie debbano continuare ad esistere per il bene dell'umanità.
Qual è l'utopia di Scaparro, quale il suo teatro?
Credo che sia quella di comunicare al massimo di persone che sono davanti a te per sentire i sogni e le speranze che proponi,
mentre sulla nostra testa passano messaggi per milioni di individui. Questa è un'utopia apparentemente impossibile
da realizzare, cioè parlare a sei settecento persone in una volta, però poi ti accorgi che esiste una possibilità
delicatissima, tenue che questo si realizzi. Una persona che va a teatro e può avere un'emozione, una cognizione in più,
ecco questo è il publicpo ideale, che diventa immediatamente molto più numeroso e più importante della platea
indifferenziata (della TV, ndr). Io sono, malgrado tutto, ottimista. Per noi laici l'utopia è religione.
Religione e quindi eresia. Quale eresia per il contemporaneo?
Intanto la mancanza di certezze. Il dubbio porta con se dei sì e dei no abbastanza individuali. Nei vari campi dell'amore e
della scienza della cultura ecc.
Tempo fa, lavorando sul Don Chisciotte, ho letto un bellissimo libro dal titolo "Cervantes ou l'incertitude du désir"
di un professore di Lione: lì passi attraverso dei cunicoli strettissimi che non sono mai la vera realtà, spesso anzi sono
contradditori, qualcosa è vero, qualcosa è un eresia, magari positiva ma qualche altra non lo è. Ma non c'è utopia
senza l'esistenza di una possibile eresia. L'utopia non è mai certezza.
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