Sabato 22 maggio 2004
L’Utopia della felicità pubblica. Comunità: tavola rotonda con Pierangelo Dacrema,
Roberto Esposito, Predrag Matvejevic, Caterina Resta, coordina Giancarlo Bosetti.
Quando si parla di utopia non possiamo non far riferimento all’impegno politico, ai
grandi movimenti collettivi, alle rivoluzioni sognate e vissute sulle barricate.
“Formidabili quegli anni” – avrebbe detto Capanna se fosse stato presente alla tavola
rotonda coordinata da Giancarlo Bosetti, direttore di Reset e di Caffè Europa
(primo degli appuntamenti del pomeriggio di sabato 22 maggio al Teatro Rendano).
All’epoca dell’utopia
si contrappone naturalmente quella del riflusso, del ritorno agli affetti privati, del
benessere individuale, quello del borghese piccolo piccolo che attende con ansia le ferie
d’agosto e la spesa al supermercato il sabato mattina. Orrore, orrore! Si, orrorrissimo
perché epoca del riflusso significa una cosa sola: trionfo del consumatore, dell’ometto
che si fa manipolare dai guru del marketing.
Insomma, oggi come oggi possiamo affermare con convinzione che l’utopia sta proprio male,
anzi ad essere coraggiosi diremmo che è quasi agonizzante; attenzione, però: non è solo
colpa dello status quo, perché le radici della malattia di questa categoria di pensiero
risalgono all’ottocento, quando Marx affermava con convinzione che la religione è l’oppio
dei popoli e chi credeva in una qualsiasi cosa doveva essere considerato solo uno stupido
sognatore, un esserino da strapazzo che non aveva il coraggio di impugnare le armi in nome
della dittatura del proletariato. E allora addio alle isole che tanta letteratura ci ha
tramandato fin dai tempi di Platone, che già nel Crizia e nel Timeo parla di un non –
luogo, Atlantide, così come alle tante isole-carceri di cui la storia è piena.
Ma perché l’utopia è sempre associata ad un’isola? I motivi sono due: l’isola non si
guarda dal punto di vista della terra ma da quello del mare, il che significa luogo di
sperimentazione dove niente è statico ma tutto è sempre un incessante divenire. Se
aggiungiamo poi che questa concettualizzazione nasce proprio quando Cristoforo Colombo
sta per scoprire il nuovo mondo, il gioco è fatto. Quindi l’isola si fonda sulla negazione
di tutto ciò che è luogo, ovvero di tutto ciò che è eterno, immutabile.
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