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Sabato 22 maggio 2004

Alla tavola rotonda del primo mattino è seguita la Lectio Magistralis di Marc Augé dal titolo Il non luogo.
Il filosofo francese è partito dalla scomparsa degli ultimi profeti; è passato attraverso la scarsa attenzione che oggi si dedica ai testi dei grandi eruditi in particolare a quelli degli anni '60 per arrivare a dire che l'epoca post-coloniale è caratterizzata dalla sparizione della lingua prodotta dagli eruditi. Augé ha ricordato che nel frattempo la lingua della carità ha rimpiazzato la lingua della speranza e che oggi il motivo del silenzio è globale e domina anche le prospettive dell'avvenire.

L'utopia diventa eretica nel momento in cui l'eresia diventa utopica. Per spiegare questo suo concetto, Augé ha proposto di riflettere sulla cultura d'impresa e in particolare di guardare alla logica finanziaria e alla contrapposizione di pensiero tra chi è proprietario e chi è lavoratore. Basta osservare il listino di borsa per vedere che quando si licenzia il listino cresce. Credere con Lyotard alla fine delle grandi narrative, ha spiegato Augé, porta alla negazione del dire e quindi al silenzio. Questo implica inoltre che non c'è più niente da pensare e quindi che nel nostro presente non si può più essere eretici. Anche la fine della storia sostenuta da Fukuyama parla di un accordo pieno su tutta la linea nella democrazia che esclude l'eresia.

Ecco allora profilarsi all'orizzonte un nuovo termine che, a differenza di utopia ed eresia, si occupa del presente immediato: è la gouvernance. A questo punto, Augé spiega come abbia preso campo indiscusso un linguaggio spaziale che contrappone il globale al locale. Il globale è quello che si vede nelle reti della comunicazione e della circolazione; mentre il locale è ciò che sta fuori. Augé vede con sospetto il rapporto tra i due termini. Il filosofo nota che il locale è trattato per immagini che affermano delle microidentità alle quali non si fa caso fino a che non interferiscono con il sistema. Per parte sua il globale, secondo Augé, fa finta di realizzare l'universale; cerca di funzionare come utopia proponendo una comunicazione istantanea. Un po'come succede con i grattacieli, esemplifica Augé, e in generale con le architteture moderne, fatte di materiali riflettenti che sembrano parlare di un'accesibilità assoluta, che è in realtà illusione. Allo stesso modo la realtà che ci viene posta di fronte dal globale è un'illusione. Perché in verità nessuno ha pieno accesso ai luoghi, ci sarà sempre qualcuno a cui verrà negato il codice d'accesso ad alcuni spazi; qualcuno che resterà fuori.Le immagini riflesse illudono, anche nel momento in cui alludono alla possibilità di costruire una società unica.

Secondo Augé, oggi, ci troviamo a vivere un paradosso rispetto all'idea che la storia sia finita, dal momento che quella planetaria sta per cominciare. Come può la storia fermarsi?, si domada Augé, quando la ricerca scientifica sta facendo straordinari progressi?. L'antidoto, nella proposta del filosofo,a questo paradosso sta nell'evocare un programma dell'utopia dell'educazione che riunifichi la cultura dei pensatori con quella antropologica. Questo secondo Augé avrebbe importanti ricadute sull'occupazione e lo sviluppo.
La conoscenza condivisa è il rifiuto della solitudine, conclude Augé, ripensando la "Fraternité", della costituzione francese, si potrebbe indicare un diritto uguale per tutti al sapere. Il che non significa che si debba governare in nome di un sapere assoluto, che sarebbe utopia assassina. E neppure che si debba tentare di immaginare quello che sarà domani, ma piuttosto occorre preparare l'umanità all'inimmaginabile; a tutto quello che si può produrre nel dominio della conoscenza. E il luogo di questa utopia è il pianeta universale, non quello globale. .